Lo scorso 9 febbraio, ai microfoni di Radio Cernusco Stereo, la professoressa Corongiu ha intervistato Luca Ceriotti, 22 anni, socio e membro del Direttivo di Tutti per Cernusco. Ne è emerso un dialogo denso di spunti, che spazia dall’impegno civico locale allo studio della cultura araba. Abbiamo deciso di approfondire insieme alcuni argomenti emersi.
Luca, tu hai raccontato che fin da adolescente ti sei interessato alla politica. Credi che in questo tu sia una sorta di mosca bianca? Qual è la tua esperienza a confronto con i tuoi coetanei?
Direi che su questo tema è importante fare una prima distinzione tra l’interesse per la politica e la volontà di fare politica attiva. In termini generali, non mi considero affatto una mosca bianca: confrontandomi con i miei coetanei riscontro un interesse diffuso per la politica, naturalmente declinato in modo diverso a seconda dell’età e dei temi più sentiti. La politica, quindi, è comunque presente nelle conversazioni e nelle preoccupazioni dei giovani.
Ciò che cambia davvero, semmai, è la disponibilità a impegnarsi in prima persona. Su questo aspetto noto una differenza significativa: molti giovani non credono che un loro eventuale contributo alla politica attiva – a livello comunale, regionale, nazionale o europeo – possa avere un impatto reale. La risposta più frequente è una sorta di rassegnazione: “anche se faccio qualcosa, non cambia niente”.
Detto questo, in questi anni ho conosciuto anche molti ragazzi e ragazze che, come me, hanno scelto di impegnarsi attivamente; tuttavia, si tratta ancora di una minoranza. In sintesi, quindi, direi che l’interesse per la politica in senso astratto esiste, ma molto raramente si traduce nella volontà di mettersi in gioco in prima persona.
Lo scorso anno ti sei candidato alle elezioni amministrative in città con “Tutti per Cernusco”… insomma ti sei messo in gioco in prima persona nella tua città: raccontaci come è stato “uscire dal guscio”, questa esperienza ti ha aperto nuove prospettive e ha arricchito gli incontri con la comunità locale?
È stata per me una bellissima esperienza, almeno per due ragioni principali. La prima è che ho potuto dare il mio contributo a un progetto in cui credevo – e in cui continuo a credere – cioè quello di una lista civica capace di riunire le diverse sensibilità liberali e riformiste senza essere incasellata nelle rigide categorie di “destra” o di “sinistra”. Questo ha reso “Tutti per Cernusco” un ambiente particolarmente adatto a proporre una politica priva di ideologie preconcette e soprattutto molto concreta, costruita sulle reali necessità della comunità locale.
In secondo luogo, ho avuto l’opportunità di conoscere persone che fanno politica o che sono attive da anni nell’associazionismo del territorio. Per me è stata, e continua a essere, una grande occasione di crescita: confrontarmi con persone più esperte mi permette di leggere le dinamiche politiche della nostra città con maggiore consapevolezza e profondità. Direi quindi che è stata un’esperienza formativa sotto molti punti di vista, sia sul piano umano sia su quello politico.
Facciamo un passo indietro, durante la quinta superiore hai partecipato al Model United Nations a New York rappresentando Cipro all’UNICEF tra ragazzi da tutto il mondo: raccontaci cosa ti ha insegnato quell’esperienza, in particolare sul valore del coraggio di confrontarsi con culture diverse. Credi che in qualche modo abbia aperto la tua mente?
Quell’esperienza è stata davvero arricchente sotto molti punti di vista, ma ciò che vale la pena sottolineare è che ha costretto me – così come tutti i ragazzi presenti – a confrontarmi con modi molto diversi di interpretare e affrontare i problemi. Il modo in cui una questione di politica internazionale viene letta da un italiano o più in generale da un europeo, ad esempio, non coincide necessariamente con quello di uno statunitense, di un latino-americano o di una persona proveniente dall’Asia orientale.
L’aspetto più formativo, oltre naturalmente a quello umano, è stato proprio il confronto con punti di vista e condizioni di partenza profondamente differenti. Ho maturato la consapevolezza che il mondo e le sue dinamiche non vengono percepiti allo stesso modo in ogni parte del globo: ciascun Paese e ciascuna società leggono la realtà attraverso la propria storia, le proprie priorità e la propria esperienza.
Questo richiede uno sforzo di comprensione reciproca che andrebbe coltivato molto di più. Imparare a mettersi nei panni degli altri e a considerare prospettive diverse dalla propria è fondamentale, ma purtroppo è un esercizio che, a mio avviso, non viene praticato quanto dovrebbe. Proprio per questo considero quell’esperienza particolarmente preziosa.
Tu hai scelto all’università un percorso da te stesso definito “atipico” in Relazioni Internazionali, studiando arabo e recandoti negli Emirati Arabi Uniti: mi sembra una cosa non scontata… come hai trovato il coraggio di uscire dalla tua zona di comfort in quel viaggio, e quali ricchezze umane hai ricavato dal confronto diretto con quella realtà. Hai un aneddoto da raccontare?
Si tratta certamente di un percorso atipico, soprattutto per chi, come me, ha scelto di coltivare questa passione nell’ambito storico-politico piuttosto che in quello linguistico-letterario, che è la strada più battuta. In questo senso mi rendo conto di appartenere a una nicchia dentro un’altra nicchia.
Per quanto riguarda il viaggio negli Emirati, è stata un’esperienza straordinariamente formativa sotto molti punti di vista. È stata soprattutto un’opportunità, forse immeritata, che ho avuto la fortuna di cogliere: probabilmente il professore mi ha scelto per il forte interesse che avevo dimostrato e per il fatto che stavo già lavorando con lui alla tesi. Di fatto ero l’unico studente di scienze politiche “pure” del gruppo, mentre gli altri – davvero bravi e competenti – provenivano tutti da percorsi linguistici. Questo ha reso l’esperienza ancora più sfidante per me, soprattutto per quanto riguarda la lingua.
Proprio per questo, però, si è rivelata decisiva. Mi ha permesso non solo di conoscere quel contesto al di là degli stereotipi, ma soprattutto di consolidare la volontà di proseguire nello studio di tematiche che mi appassionano da sempre. Verso la fine della triennale ero ancora indeciso sul percorso magistrale da intraprendere; con ogni probabilità, senza quel viaggio avrei fatto una scelta diversa. Invece l’immersione diretta – il confronto con la lingua araba, i luoghi, le persone – ha orientato in modo chiaro le mie decisioni e il percorso che sto continuando ancora oggi.
Gli aneddoti sarebbero davvero molti, ma ce n’è uno che ricordo con particolare affetto perché ha coinvolto tutti noi. Il penultimo giorno siamo rimasti insieme dal tardo pomeriggio fino a notte fonda per realizzare due tele di ringraziamento: una per l’accademia di lingua araba, che ci aveva ospitati, e una per il direttore. Non erano opere perfette dal punto di vista estetico, ma ci abbiamo messo grande impegno e soprattutto entusiasmo: tra acrilici, tentativi di calligrafia in arabo, firme e dediche, è stato un lungo lavoro collettivo che si è trasformato in un momento di condivisione molto intenso e anche divertente. È uno di quei ricordi che sintetizzano bene lo spirito di quell’esperienza, fatta di studio, impegno e relazioni umane autentiche.
Per la tua tesi hai scelto Ibn Khaldun, un autore poco noto da queste parti: perché? come questa scelta coraggiosa di esplorare mondi lontani ha ampliato la tua visione, trasformando forse la conoscenza in un ponte verso l’altro?
Va detto che, fatta eccezione per pochissimi autori – come Averroè, Avicenna e forse Al-Farabi – la maggior parte dei grandi pensatori del mondo arabo-islamico rimane poco conosciuta in Europa. Questo appare quasi inconcepibile se si considera la statura di figure come Ibn Khaldun, che è stato un gigante non solo della storiografia, ma anche del pensiero storico-politico, influente nel Maghreb e più in generale in tutto il mondo arabo.
Il suo contributo, inoltre, si colloca in un’epoca – il cosiddetto Medioevo – che una certa tradizione storiografica di matrice rinascimentale ha a lungo descritto come “buia”. In realtà si tratta di una lettura ormai ampiamente superata: il Medioevo fu tutt’altro che un periodo oscuro, ma piuttosto una fase di straordinari scambi culturali, commerciali e intellettuali tra mondi diversi, in particolare tra Europa e area arabo-islamica.
Basti pensare ai centri monastici e alle scuole di traduzione, dove si studiavano simultaneamente i testi della tradizione cristiana, le opere filosofiche dell’antica Grecia, i classici latini e i manoscritti provenienti dal mondo arabo, che venivano tradotti, commentati e messi in dialogo con il pensiero europeo. È in questo contesto di circolazione delle idee che si svilupparono percorsi intellettuali decisivi: senza il confronto con il pensiero di Averroè, ad esempio, anche la filosofia di Tommaso d’Aquino avrebbe probabilmente assunto forme molto diverse, e con essa lo stesso sviluppo del pensiero europeo.
Studiare un autore come Ibn Khaldun – ma come lui ce ne sarebbero molti altri – significa dunque costruire ponti con mondi che percepiamo come lontani, ma che in realtà sono profondamente intrecciati con la nostra storia. Non si tratta solo di entrare in contatto con culture diverse o di superare visioni conflittuali, bensì anche di comprendere meglio noi stessi. Un’Europa che dimentica pensatori come Averroè, Avicenna o Ibn Khaldun rischia infatti di perdere la consapevolezza delle proprie radici e della complessità del proprio percorso storico, e quindi anche la capacità di interpretare e difendere la propria identità culturale in modo maturo e consapevole.
Tu hai detto che secondo te eventi come l’11 settembre hanno alimentato paure superficiali: dalla tua esperienza personale, come si contrasta questo? È necessario fare scelte forti come nel tuo caso studiare e viaggiare nel mondo arabo-islamico per aprire le menti e favorire la solidarietà tra popoli? O secondo te ci possono essere anche vie più accessibili a tutti?
Sì, è vero: esistono paure superficiali, spesso alimentate da una conoscenza molto limitata del tema. A mio avviso, l’unico modo per affrontarle seriamente nel lungo periodo è intervenire in ambito scolastico. Non si tratta soltanto di rimodulare i programmi, ma di ripensare in modo più ampio la struttura stessa del sistema educativo. La scuola di impianto gentiliano continua a mostrare limiti evidenti, non solo nell’insegnamento delle discipline storico-culturali, ma anche in altri ambiti, dalle materie STEM a quelle linguistiche. Un cambiamento strutturale di questo tipo, tuttavia, richiederebbe tempi lunghi e un notevole impegno politico. Per questo è necessario chiedersi anche che cosa si possa fare nell’immediato, quali strumenti abbiano a disposizione i singoli docenti e gli istituti per colmare, almeno in parte, queste carenze.
Una soluzione concreta potrebbe essere l’organizzazione di cicli di lezioni di approfondimento, paralleli alla didattica ordinaria. Si tratterebbe di incontri tematici – anche singoli o “spot” – tenuti da esperti, studiosi o ex studenti particolarmente preparati, capaci di integrare il programma scolastico e offrire agli studenti una prospettiva più ampia. Questo tipo di iniziativa sarebbe particolarmente utile nelle scuole superiori, anche in funzione dell’orientamento.
Gli approfondimenti potrebbero seguire il programma di storia, ad esempio affrontando in modo più articolato la nascita dell’Islam, l’espansione islamica e le principali correnti interne – come sunniti e sciiti – quando si studia il tardo antico e l’inizio del Medioevo. Allo stesso tempo, si potrebbero organizzare incontri su temi contemporanei che spesso non trovano spazio sufficiente nelle lezioni curricolari. Un esempio significativo è il 1979, un anno cruciale ma poco discusso rispetto ad altri più celebrati: fu l’anno della rivoluzione iraniana guidata da Khomeini, oltre che della presa della Grande Moschea della Mecca, eventi che hanno avuto conseguenze profonde sugli equilibri del mondo islamico e sulle dinamiche politiche dei decenni successivi, influenzando anche la nascita e lo sviluppo di movimenti radicali.
Come membro della consulta giovani di Cernusco, quali idee hai per promuovere la partecipazione dei giovani alla politica, soprattutto a livello locale, e rendere esperienze come la tua candidatura più accessibili ai coetanei?
Contrariamente a quanto si sente dire spesso, non credo abbia molto senso “inseguire” i giovani nel tentativo di spingerli ad attivarsi politicamente. La priorità dovrebbe essere piuttosto metterli nelle condizioni di potersi fidare della politica e, allo stesso tempo, di avere un ruolo reale nelle decisioni che li riguardano.
Oggi si parla molto di politiche giovanili, ma nella pratica i giovani sono raramente coinvolti in modo sostanziale. Spesso queste politiche vengono ridotte a iniziative ricreative – eventi, spazi per il tempo libero, intrattenimento – che intercettano solo una parte marginale dei loro bisogni. È una visione limitata, perché la categoria “giovani” è estremamente ampia ed eterogenea: comprende preadolescenti, studenti universitari, giovani lavoratori, ciascuno con esigenze e priorità molto diverse.
Un interesse autentico per la vita pubblica può nascere se ai giovani viene data la possibilità di interfacciarsi con i processi decisionali, anche al di là del semplice voto o della candidatura. Ad esempio, coinvolgendoli nelle fasi di elaborazione dei programmi, nei momenti di confronto sui temi che incidono direttamente sulle loro prospettive – dalla formazione al lavoro, dall’abitare alla mobilità.
In questo senso, ritengo fondamentale rafforzare gli strumenti di democrazia partecipativa e diretta a livello locale, integrandoli con il sistema rappresentativo. Esistono molte buone pratiche, anche vicino a noi: basti pensare ai modelli di consultazione diffusa presenti nella Svizzera, dove referendum e processi partecipativi su temi specifici consentono ai cittadini di incidere concretamente sulle decisioni pubbliche. Anche a livello comunale si possono sviluppare percorsi simili – bilanci partecipativi, consultazioni pubbliche, progetti di co-progettazione – che permettano alle persone, e in particolare ai giovani, di sentirsi parte attiva e non semplici destinatari delle scelte altrui.
Questo non significa mettere in discussione la democrazia rappresentativa, che resta il pilastro del sistema istituzionale, ma affiancarla con strumenti complementari capaci di rafforzare il legame tra cittadini e istituzioni. In Italia tali strumenti sono ancora poco utilizzati o valorizzati, mentre potrebbero contribuire a ribilanciare la distanza tra politica e società. In definitiva, più che creare iniziative pensate “per” i giovani o tentare di costruire artificiosamente un loro coinvolgimento, occorre aprire spazi reali di partecipazione.
Secondo te, come si può lavorare per superare i pregiudizi diffusi sui giovani, spesso etichettati come disinteressati e menefreghisti, mostrando invece il loro impegno concreto in contesti come la politica e l’associazionismo?
Questo modo di rappresentare i giovani non è affatto nuovo. Se guardiamo alla storia degli ultimi decenni – ma anche all’inizio del Novecento e persino alla seconda metà dell’Ottocento – troviamo descrizioni molto simili: i giovani vengono spesso dipinti come disinteressati alla cosa pubblica, alla cultura o ai valori civili, accusati di apatia o di eccessiva ricerca del divertimento. Cambiano i contesti e il linguaggio, ma lo schema interpretativo resta sorprendentemente costante. Non si tratta quindi di una peculiarità della nostra epoca, bensì di una narrazione ricorrente.
Ciò che invece appare diverso rispetto ai primi decenni dell’Italia repubblicana è il peso effettivo delle componenti giovanili all’interno di partiti, associazioni e corpi intermedi. In passato, pur con tutti i limiti, esistevano strutture giovanili più radicate e riconosciute. Oggi, in molti casi, questo spazio si è ridotto, e ciò rappresenta anche una responsabilità delle organizzazioni stesse.
I partiti, ad esempio, dovrebbero tornare a valorizzare realmente le proprie articolazioni giovanili, soprattutto a livello territoriale. Spesso i gruppi delle grandi città riescono ad avere visibilità e ruolo, mentre le realtà di provincia vengono lasciate senza risorse e senza attenzione. Inoltre, ai giovani vengono talvolta affidati ambiti marginali, poco incisivi, quasi simbolici: un approccio che rischia di svuotare di significato la loro partecipazione.
Anche le associazioni hanno una responsabilità importante. Dovrebbero promuovere attività culturali, momenti di confronto e iniziative concrete capaci di intercettare gli interessi e i bisogni reali delle nuove generazioni. Più che parlare dei giovani in astratto, occorre creare spazi in cui possano essere protagonisti. Questo significa affrontare con serietà temi come l’istruzione, l’università, l’accesso al lavoro, la casa, le prospettive future – questioni che incidono direttamente sulla loro vita.
In definitiva, l’idea dei giovani come disinteressati non è una novità storica. Ciò che cambia oggi è piuttosto il riconoscimento effettivo del loro ruolo e la qualità delle opportunità offerte per partecipare. Su questo punto, la responsabilità principale ricade su partiti e associazioni, che dovrebbero essere capaci non solo di coinvolgere, ma soprattutto di offrire spazi reali di crescita, responsabilità e incidenza nelle decisioni collettive.

